Mons. Domenico Turano

Il cardinale Celesia, succeduto nel 1870 a mons. Naselli vuole dare un pubblico riconoscimento dei meriti e delle capacità di padre Giacomo insistendo perché accetti la nomina a canonico. Nello stesso periodo, il consiglio comunale di Palermo chiama all’unanimità il Cusmano a ricoprire la carica di parroco di Sant’lppolito, resasi vacante. Appena viene a conoscenza del fatto, egli si trasferisce in gran segreto a San Giuseppe jato per tenersi nascosto, finché il Municipio di Palermo non provvede diversamente. Accetta però, volentieri quegli incarichi che richiedono fatiche e sacrifici. Diventa così consigliere dell’Opera della Propagazione della Fede e della Santa Infanzia nonché membro del Consiglio d’Amministrazione del Deposito di Mendicità e della Congregazione della Carità.
Nel 1872, mons. Turano viene nominato vescovo di Agrigento e manifesta al Cusmano il desiderio di essere seguito e assistito da lui nel difficile governo di quella diocesi. Il sacerdote cerca di resistere all’affettuoso invito ma, alla fine, accontenta il suo padre sprituale. Fino alla vigilia è incerto se partire o non. Da un lato, allontanarsi in un momento difficile gl sembra una diserzione; dall’altro, nella sua umiltà, dubita d’essere più che d’aiuto, d’inciampo al progresso dell’Opera. Difatti, nei due mesi di forzata assenza, l’Istituzione fondata dal Cusmano decade notevolmente. «E totalmente abbandonata l’Opera del Boccone del Povero», scrive padre Giacomo ai famigliari. Quando ritorna a Palermo, subito risolleva le sorti dell’associazione, già quasi distrutta.

Dottore Enrico Albanese

Se è fermo nel rifiuto di una rivoluzione macchiata di sangue, non per questo il suo atteggiamento è meno severo nei confronti del tiranno. L’amico Enrico Albanese ricorda con ammirazione un episodio di cui fu testimone.
Nel 1855, trovandosi un giorno a Napoli con tre universitari — un fiorentino, un romagnolo e un napoletano — Giacomo attende il passaggio del re Ferdinando li dinanzi allo scalone del palazzo reale. Essendo stato deriso dai colleghi e tacciato di servilismo monarchico perché siciliano, Cusmano replica sdegnato: «Scommetto che voi continentali, liberali e arditi, non saprete stare dinanzi a Sua Maestà senza salutarlo; ed io suo suddito, siciliano e borbonico, starò a guardarlo senza far di cappello».
E così avviene poco dopo al passaggio del re: gli altri si scoprono il capo e s’inchinano come avrebbero fatto i sudditi più fedeli, Giacomo rimane ritto in piedi a guardarlo senza togliersi il cappello.
«E che? Dovevo ossequiarlo?», aggiunge Cusmano quando Albanese racconta il fatto agli amici. «Dovevo associarmi compiacente a tutte le ingiustizie e alla povertà che seminava intorno? Noi siciliani, al governo vogliamo persone oneste che amino la verità, agiscano con giustizia, favoriscano la vera fratellanza e l’uguaglianza tra gli uomini, apportino la vera libertà».
Proprio a motivo del coraggio e della chiarezza d’idee che Giacomo dimostra, Enrico Albanese ed alcuni amici lo invitano a far parte del movimento rivoluzionario per il bene e l’unità d’italia al grido: «Evviva V.E.R.D.I.!»—dalle lettere iniziali di Vittorio Emanuele Re d’italia. Per i compagni, Giacomo ha le capacità di mente e di animo per imporsi tra gli stessi cospiratori antiborbonici, «come il genio e l’anima della rigenerazione d’italia», secondo le parole di Albanese.
Giacomo declina l’invito perché non condivide i metodi ed alcuni obiettivi dei rivoluzionari. Egli è tutto preso da ideali più nobili che non gli consentono di approvare l’uso della violenza.

Dottore Michele De Franchis

L’ispirazione divina gli viene quando meno se l’aspetta. Un giorno, si trova a casa del suo più caro amico: il dottor Michele De Franchis.
E l’ora del pranzo e tutta la famiglia è seduta a tavola. Padre Giacomo osserva che ciascuno, ad ogni portata, toglie dal proprio piatto un boccone e lo mette in una scodella posta al centro della mensa. A lui che chiede il perché di questo modo di fare, De Franchis risponde: «E un bocconcino che lasciamo per darlo ai poveri e lo chiamiamo boccone del povero». Egli spiega che, in casa sua, si pratica giornalmente questa usanza «per educare i figli alla carità verso i poveri». Alla fine del pranzo entra un bisognoso. I figli di De Franchis gli porgono la scodella e lo servono con premura e gentile carità.
In quel momento, il Cusmano viene illuminato da Dio che gli fa «ammirare tutto il bello di quell’atto e ritrarne le più opportune conseguenze».
«Se tutte le famiglie cristiane – pensa il sacerdote – anche le meno agiate, facessero lo stesso!… Avremmo il boccone del povero!» Padre Giacomo fa pure un rapido calcolo: «Se, non dico tutti, la metà dei palermitani si decidesse a compiere quest’opera benefica, privandosi ognuno di un boccone, in un sol giorno si potrebbero alimentare ben settemila poveri».
Egli ha trovato il mezzo per invogliare tutti alla pratica della carità.
P. Cusmano ha fatto la sua scelta. Ha deciso di abbandonare l’idea di questuare denaro per i poveri.

Madre Maddalena Cusmano

Attorno a padre Cusmano si stringe un gruppo di persone che hanno assimilato il suo carisma del boccone eucaristico e del boccone materiale dato ai Poveri: da padre Mammana, suo primo successore, a padre Filippello e ai tanti missionari servi dei Poveri.
Attorno al fondatore si raduna una schiera ancor più numerosa di suore che seguendo il suo esempio e quello della sorella Vincenzina, prima superiora generale, si è messa al servizio del sacramento vivente di Cristo, i bisognosi, gli emarginati, gli orfani, gli anziani…
Raramente un fondatore ha saputo suscitare tante vocazioni nella sua stessa famiglia di origine, come nel caso Cusmano. Nel primo gruppo di consacrate c’erano, oltre alla sorella Vincenzina, la nipote Maddalena che sarà la seconda superiora generale della Congregazione e tra le prime animatrici dell’Associazione del Boccone del Povero.
Verranno poi il fratello minore di padre Giacomo, Giuseppe e e nipoti Carolina Cusmano sorella di Maddalena con le altre sorelle Giuseppina e Germana, Luigina Marocco che in religione assumerà il nome di Ester, alle quali si aggiungeranno le nipoti, in secondo grado, di padre Giacomo, Giuditta e Giacomina Patti.
Maddalena Cusmano — Nenè, per i familiari — è la nipotina prediletta degli zii Giacomo e Vincenzina. Sono loro a mantenerla negli studi quando papà Pietro non è in grado di farlo. Già nel 1870 va a Palermo dagli zii per aiutarli nell’opera del «Boccone del Povero», fondata tre anni prima. E tra le più zelanti ed entusiaste «pie donne» impegnate nel lavoro di sceverare gli oggetti ricavati dalla questua, di cucire, rammendare, preparare pacchi per la distribuzione ai poveri. Suo compito principale è però quello di fare la scuola alle 25 orfane interne e alle altre esterne.
Costretta a rientrare in famiglia nel 1874 alla morte della madre, ritorna all’Opera quattro anni dopo.
I suoi pochi scritti – soltanto 4 le lettere datate quasi esclusivamente dal 1883 e da Valguarnera – e le informazioni non molto abbondanti ricavabili da altre fonti, ci rivelano in maniera sicura una Serva dei Poveri molto vicina all’ideale cusmaniano: religiosa con tutta l’anima, donata a Dio nella dimensione contemplativa che la Regola richiede e totalmente dedicata al servizio dei Poveri.
Madre Maddalena è stata la prima alunna alla scuola di santità eroica del Cusmano.

Madre Ester Marocco

Trent’anni dopo diventa superiora un’altra nipote di Padre Giacomo: madre Ester Marocco Cusmano, figlia di una sorella del fondatore. Nata il 25 aprile 1870, soltanto a 28 anni può abbracciare la propria vocazione nel segno del suo motto interiore: «Dio glorificato, io distrutta». Superiora generale per un ventennio, dal 25 marzo 1930, dà notevole impulso alla Congregazione fondando sette orfanotrofi, cinque asili, undici ricoveri, tre ospedali, più altre sei opere.
Colta ed austera, gentile e forte, madre Ester guarda in faccia la realtà. E il tipo di donna forte di cui parla la Bibbia. Le sue virtù sono l’operosità e la preveggenza, la prudenza e la carità, la saggezza e la bontà. Se allarga il campo d’apostolato delle Serve dei Poveri, non per questo trascura minimamente il primato della formazione religiosa delle suore.
Dice alle sue figlie: «Il Silenzio è necessario per il raccoglimento nella presenza di Dio. Quando questo punto della Regola viene trascurato, tutto l’edificio della perfezione cade. Raccomando vivamente a tutte voi di non darvi perdutamente e con passione al lavoro, trascurando i doveri religiosi che devono avere sempre la preferenza e la precedenza».
Il cuore che madre Ester strapazza troppo, reclama il suo diritto al riposo inchiodandola a letto per tre anni. L’ultimo giorno il 22 ottobre 1950 le suore che l’assistono le chiedono un pensiero-ricordo: «Alle giovani che vengono per abbracciare l’Opera nostra — dice scandend
o lentamente le parole — insegnate che la missione delle Serve dei Poveri ha come fondamento la preghiera e il sacrificio».

Madre Mattia Ligotti

Madre Mattia Ligotti, morta il 25 novembre 969 a 99 anni e 2 mesi dopo 85 anni di vita religiosa, è stata considerata per molti decenni da tutte le serve dei Poveri, la «reliquia vivente» del padre Cusmano; colei che ne ha testimoniato lo spirito e il carisma, legando i tempi della fondazione con i giorni nostri.
Lo spirito e il carisma cusmaniani sono stati da lei trasmessi a centinaia di suore nel suo pluridecennale ufficio di maestra delle novizie.

Padre Salvatore Gambino

Prima di Spoto, padre Salvatore Gambino ha donato tutto se stesso nella missione messicana di Santa Cruz de Rosales. Egli fu tra i giovani sacerdoti collaboratori del Cusmano nelle mille iniziative per trovare alloggio e sostentamento adeguato ai «Padroni», cioè ai Poveri, secondo l’appellativo caro a padre Giacomo che anch’egli usava. Padre Gambino fu il primo ad attuare l’ideale missionario del fondatore che voleva i suoi figli destinati alle missioni.
lI 29 agosto 1893, con la benedizione del padre Mammana, successore del Cusmano, egli lascia la Sicilia per trapiantare il Boccone del Povero in America. Dopo parecchi mesi di avventurose peripezie, si stabilisce a Rosales nello Stato messicano di Chihuahua, in un paese poverissimo, del tutto privo di sacerdoti e considerato un terreno completamente sterile. Ben presto padre Salvatore comincia ad operare gli stessi miracoli di carità che il fondatore aveva compiuto a Palermo. In breve tempo, il popolo è trasformato dal suo zelo ardente, dalla eroica tenacia e dall’immensa carità del missionario. Accanto alla chiesa sorgono due istituti: una casa per orfani e una per anziani.
Le prove e le difficoltà terribili che mettono tutto in pericolo non mancano, Alla fine del 1904, una spaventosa alluvione distrugge l’opera costata tanti anni di sacrifici, ma padre Gambino coraggiosamente ricomincia da capo. Nel 1910, un uragano più violento e micidiale si abbatte sulla sua opera: la rivoluzone messicana.
«Per dove passano i rivoluzionari — scrive con amarezza nel 1912, padre Gambino — non ritorna a nascere un filo derba». Subisce varie angherie ma non gli mancano attestati di benevolenza da parte di qualificati rivoluzionari. Però, il 24 gennaio 1914, Pancho Villa in persona, gli intima di partire con il primo treno per il Nord, perché «persona non gradita alla rivoluzione». L’esilio negli Stati Uniti, prima a El Paso, poi a Bisbee nell’Arizona, dura due anni. Nel 916, padre Gambino è di nuovo a Chihuahua, per riprendere il suo lavoro nonostante l’alternarsi di schiarite e di burrasche. Durante una di queste, viene condannato a morte e per miracolo il plotone di esecuzione non esegue la sentenza quando già i fucili sono spianati contro di lui. Muore santamente 18 marzo 1927 nella grande casa per anziani della quale era stato abile direttore dei lavori e infaticabile manovale. Il comune rimpianto per la sua morte ha un’eco anche sui giornali locali, nonostante il clima di persecuzione allora vigente.

Padre Prospero Sanfilippo

La vicenda missionaria di padre Prospero Sanfilippo continua, ai giorni nostri, l’esperienza apostolica di padre Gambino, ma non più in messico bensì in piena Africa, nello Zaire. Proprio per questa realizzazione missionaria, impiantata a Biringi nel 1959 da padre Sanfilippo, ha dato la sua vita padre Spoto.

Padre Francesco Spoto

Quel martirio cruento risparmiato al fondatore, la Provvidenza lo riserverà ad uno dei suoi più egregi figli: a padre Francesco Spoto, che cade vittima dei ribelli congolesi nel 1964 mentre compie una visita alla missione Biringi. Era stato eletto superiore generale a soli 35 anni nel 1959. Qualche mese prima di partire per la missione di Biringi nel Congo ex Belga (ora Zaire), padre Francesco osserva: «Più che di progetti, la nostra missione ha bisogno di sangue».
Si reca in Africa per portare conforto ai missionari in un momento delicato di trapasso politico. La rivoluzione dei Simba è in atto e sta per arrivare a Biringi. Il padre generale preferisce restare con i suoi confratelli fino a che non sia passata la tempesta. Il Signore, invece, chiede a padre Spoto il sacrificio della vita. Nonostante i buoni nascondigli e l’aiuto della popolazione del luogo, il padre generale viene scoperto, catturato e selvaggiamente battuto dai Simba che lo abbandonano quando lo credono morto. Padre Francesco riesce ancora a fuggire ma, poco dopo, muore nella capanna di un cristiano. E il 27 dicembre 1964.
I suoi resti mortali hanno riposato laggiù a Biringi, nel cuore dell’Africa Nera, per una ventina d’anni; ora
si trovano sepolti a Palermo. La lettera che padre Sanfilippo riuscì a far pervenire in Italia, descrive gli avvenimenti che hanno portato alla morte del padre Spoto: ad essa non si può non riconoscere il titolo di martirio. Per questo motivo, verrà introdotta la causa di beatificazione del giovane superiore generale, degno figlio del beato Giacomo Cusmano.